Capezzolo piatto in gravidanza: nessuna paura

Capezzolo retratto
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Linda Tosoni

Ostetrica ed Estetista

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Ogni donna è – per fortuna! – diversa dalle altre. E questo vale anche per il capezzolo, la cui forma e dimensione possono variare anche notevolmente donando una nuova sensazione di bellezza ed estetica in gravidanza. E così, se i capezzoli di buona parte delle donne sono sporgenti, e diventano più turgidi nel momento in cui vengono stimolati, può ben capitare che diverse donne abbiano un capezzolo piatto o introflesso.

Ma che cosa succede nel momento in cui una donna si trova nelle condizioni di dover allattare con un capezzolo piatto? Cosa fare con i capezzoli piatti in gravidanza?

Considerato che il fenomeno riguarda molte donne (ben più di quante immagini!), ho voluto dedicare un approfondimento completo a questo argomento, nella speranza che possa esserti utile per poter vivere con più serenità il magico momento dell’allattamento.

La prima cosa che voglio condividere con te è legata al fatto che se i tuoi capezzoli sono piatti, o magari sono anche introflessi, non devi farti cogliere da alcuna paura.

Anche se ci troviamo davanti a un capezzolo piatto o introflesso, infatti, nella maggior parte dei casi sarà comunque possibile procedere con l’allattamento al seno. Potrebbe tuttavia – come vedremo tra breve – esser necessaria un po’ di cautela, considerato che – soprattutto nei primissimi giorni – la bocca del neonato sarà ancora molto piccola, e la sua capacità di suzione sarà poco efficiente. Dunque, in questo scenario, i capezzoli introflessi potrebbero creargli qualche difficoltà nell’iniziare a succhiare correttamente dal seno.

In altri termini, i capezzoli piatti o introflessi potrebbero impedire al tuo bimbo di interagire ed attaccarsi al seno correttamente.

Ad ogni modo, per tutto c’è un rimedio. E, dunque, nelle prossime righe cercherò di condividere con te e con tutte le nostre lettrici interessate in che modo agire se i propri capezzoli sono piatti o introflessi.

Capezzoli piatti o capezzoli introflessi: come riconoscerli?

È evidente che la prima cosa da fare è cercare di comprendere se effettivamente ci troviamo davanti a una condizione di capezzoli piatti o di capezzoli introflessi.

Come probabilmente stai già immaginando, i capezzoli piatti sono dei capezzoli che non protendono molti all’infuori rispetto all’areola, nemmeno quando sono oggetto di stimolazione.

Di contro, i capezzoli introflessi sono dei capezzoli che si ritraggono verso l’interno nella parte centrale. Possono avere questo aspetto introflesso  sempre, oppure solamente nel momento in cui sono oggetto di stimolazione. Diverso può  essere il livello di profondità dell’introflessione: a volte si ritirano fino al livello dell’areola, a volte affondano nel tessuto mammario.

Si tenga anche conto che molte donne soffrono di questa condizione in entrambi i capezzoli, mentre altre donne lamentano questo problema solamente in uno dei due capezzoli.

Per rendersi conto che a quale delle diverse tipologie di appartiene, può essere utile cercare di effettuare una semplice prova, comprimendo in maniera delicata il seno, con pollice e indice posizionati sui due lati dell’areola. La maggior parte dei capezzoli sporgerà all’infuori, ma se invece il proprio  capezzolo si ritira o  tende verso l’interno, creando un affossamento, significa che è introflesso.

Capezzoli piatti allattamento e gravidanza

Facciamo ora un passo in avanti per cercare di capire in che modo sia possibile preparare e gestire i capezzoli introflessi durante la gravidanza e l’allattamento.

Per esempio, una soluzione che molte donne scelgono di adottare con successo è quella dei c.d. modellatori del capezzolo, nelle fasi più avanzate della gravidanza.

I modellatori sono infatti dei piccoli dischi in silicone, molto flessibili, posizionabili direttamente all’interno del proprio reggiseno per poter favorire l’esercizio di una leggera pressione sui capezzoli, in maniera tale da contribuire alla protrusione degli stessi. Si tenga inoltre conto che l’uso di questi dispositivi è sicuro, che potrà essere adottato in via crescente (partendo da un’ora al giorno) e che si potranno continuare ad usare anche una volta che il proprio bambino sarà nato, in maniera tale che possa essere supportato positivamente l’allattamento al seno (basterà inserirli nel reggiseno un’oretta prima dell’inizio dell’allattamento).

Come aiutare il bimbo ad attaccarsi ai capezzoli piatti

Detto ciò, la dona può fare davvero tanto per poter aiutare il proprio bambino ad attaccarsi regolarmente e senza problemi ai capezzoli piatti o ai capezzoli introflessi.

Se infatti si dovesse notare che il proprio piccolo, pur dimostrando di saper succhiare altre superfici (come quella di un dito) non mostra particolare interesse per il seno, allora potrebbe essere “colpa” del  fatto che il capezzolo non è in grado di raggiungere il suo palato, e non può dunque stimolare l’istinto per la suzione.

Noterai queste difficoltà perché vedrai il tuo bimbo allontanarsi dal seno invece che agevolare la poppata, o magari piangere o addormentarsi. Se avvengono queste situazioni, è evidente che qualcosa non fa, e dovresti magari consultare uno specialista dell’allattamento per poterne sapere di più o ricevere un supporto.

Se poi preferisci agire con qualche azione fai-da-te, ricorda che puoi fare tante cose per poter permettere al tuo bimbo di potersi attaccare più facilmente al capezzolo, modificando la loro forma in maniera tale che per il piccolo sia più semplice iniziare questa azione di suzione.

In particolar modo, puoi ruotare il capezzolo utilizzando il pollice e l’indice, in maniera tale da farlo protendere all’infuori. Puoi anche comprimere il seno tenendo le dita a forma di V o di C, a seconda di come riesci meglio, esternamente all’areola, in maniera tale che il capezzolo possa essere spinto all’infuori.

Puoi anche provare una stimolazione del capezzolo mettendolo a contatto con un cubetto di ghiaccio: la sensazione di freddo immediata potrebbe infatti far diventare turgido il capezzolo e quindi più utile per la poppata.

Infine, se quanto sopra non ha dato i suoi frutti, puoi anche scegliere di estrarre manualmente il latte o utilizzare un tiralatte. Basta farlo qualche minuto prima della poppata, in maniera tale che il capezzolo possa essere spinto al di fuori.

Cosa fare se non si riesce ad allattare

Se nonostante i tentativi di cui sopra non si riesce comunque ad allattare al seno il proprio bambino, è naturalmente opportuno parlarne con un esperto. Il tutto, però, partendo da un dato di fatto: l’obiettivo è quello di far stare bene il proprio bimbo e, pertanto, potrebbe essere il caso di trovare altre soluzioni per poterlo nutrire.

Le soluzioni in tal senso sono davvero numerose e, evidentemente, non potranno che essere affrontate in modo specifico in compagnia di un esperto. Per esempio, si può provare un sistema di allattamento integrato, in cui il bambino si esercita a succhiare il latte dal seno materno mentre però viene nutrito attraverso un piccolo tubicino, che gli somministrerà il latte estratto. In questo modo il bimbo vivrà più serenamente l’esperienza dell’allattamento al seno.

Inoltre, è pur sempre possibile utilizzare dei c.d. paracapezzoli. Si tratta di componenti di silicone,  sottili e molto flessibili, a forma di capezzolo, dotati di piccoli fori alle estremità che consentono il passaggio regolare del latte.

L’obiettivo del paracapezzolo è evidentemente quello di offrire al proprio bambino un punto di attacco più ampio e più solido, stimolandone il palato e incoraggiando la suzione.

Ad ogni modo, di norma l’utilizzo di questi piccoli  dispositivi è valutato come una soluzione a breve termine. Oserei dire “brevissimo termine” in quanto il loro utilizzo se protratto potrebbe seriamente compromettere l’allattamento al seno.

Dunque, nelle altre ipotesi, o nel caso in cui usando questi accessori non si sia in grado di trovare una buona soluzione a questo problema, o ancora nelle ipotesi di dolori o altre anomalie, è fondamentale parlarne con la propria ostetrica che, eventualmente possa verificare  il corretto attacco del bambino al seno o valuterà ulteriori strade da intraprendere nell’interesse della mamma e, evidentemente, del piccolo.

In linea di massima, però, l’uso di un paracapezzolo può effettivamente fornire una valida mano  alla mamma che desidera allattare con il capezzolo piatto o introflesso, e con il passare dei giorni permetterà al bimbo di poter godere di una suzione sempre più efficiente.

Conclusioni

In questo approfondimento ho avuto modo di riassumere alcune delle principali perplessità  che di norma si manifestano nei confronti della donna che ha capezzoli piatti o introflessi, e teme di non poter allattare o che l’allattamento non sia particolarmente efficace. Di conseguenza, la stessa donna teme che il bimbo non riesca a nutrirsi correttamente.

In realtà, come abbiamo visto, le soluzioni per poter permettere al proprio bimbo  di essere allattato regolarmente sono numerose e, in buona parte, sono adottabili senza che vi siano dei pregiudizi per la sua salute e per quella della mamma.

Il mio consiglio è dunque quello di rivolgersi ad una professionista in particolare un’ostetrica che rimane la figura più adatta circa la consulenza nell’ambito sia della gravidanza che dell’allattamento, per conoscere tutto ciò che è possibile fare per poter permettere al proprio piccolo di garantirsi un sano nutrimento. Se contemporaneamente vi sono altri problemi, come il tipico prurito al seno in gravidanza, scoprirai  che le soluzioni per il capezzolo piatto o introflesso sono a portata di mano,  e che saranno in grado di risolvere ogni problema in tempi relativamente rapidi e con scarsi disagi.

Su di me

Linda Tosoni

Dopo un’esperienza professionale ventennale come ostetrica ospedaliera, estetista, insegnante, consulente e titolare di un istituto di bellezza, ho deciso di creare un vero e proprio metodo per l’estetica dedicata alla donna in gravidanza.

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